Gustavo Meltzeid di Federica Vendrame

Gustavo Meltzeid
di Federica Vendrame

Dodici convogli, noi siamo gli ultimi. Il campo di Fossoli è quasi vuoto ormai. Sul treno siamo tutti vicini, sembra un carro di animali. Passa il tempo. Lentamente. Nessuno parla, di cosa dovremmo parlare? Non abbiamo niente da dirci. E dopo ore passate in piedi, sempre più stanchi, arriviamo. Il treno si ferma, siamo in un nuovo campo. Più grande di quello da cui veniamo, spaventosamente più grande.

In riga. In silenzio e in riga. Aspetto. Sono appena arrivato da Fossoli a Mauthausen, so cosa sta per succedere. Valuteranno chi è ancora in grado di lavorare, gli altri verranno uccisi. Mentre aspetto riesco solo a pensare a ciò che ho lasciato in Italia.

Mia moglie, mio figlio. Adesso sono solo loro due. Celeste e Guglielmo, chissà come stanno, cosa stanno facendo in questo momento. Forse anche loro aspettano, aspettano che torni, che la guerra finisca o forse aspettano la primavera. Almeno sono sicuri che arriverà, la primavera. Mi chiedo se il piccolo Guglielmo si ricordi di me, se abbia imparato nuove parole, se adesso cammini dritto. Mi dispiacerebbe non vederla più, quella buffa camminata, sembra un vecchio ubriaco nel corpo di un bambino.

Chissà se è arrabbiata con me, Celeste. Sono diventato partigiano per i miei valori, che in fondo sono anche i suoi, ma adesso è sola. So di aver fatto ciò che era giusto, ma l’idea di loro due, senza di me, questo no…non mi sembra giusto. Doveva succedere, prima o poi, i partigiani o muoiono o vengono arrestati. Questo lo sapeva anche lei.

Aspetto di tornare a casa, forse sarebbe meglio aspettare la primavera. Ma qui le stagioni non ci sono, è sempre grigio e freddo. Che tortura, togliere i colori ad un artista. Non riesco quasi più a immaginarli, i colori della primavera. Ma ci provo, penso a tutti i quadri che ho dipinto. All’Università di Vienna, mi hanno insegnato l’importanza dei colori, non è mai stato più chiaro che adesso. I colori smettono di avere senso, quando vedi i cadaveri abbandonati lentamente diventare grigiastri, senza più vita, al freddo. In quel momento pensi che forse sarebbe meglio non vedere più, ma l’immagine rimarrebbe. Il peggior quadro al mondo incollato per sempre alle tue palpebre. Cosa darei, per vedere un tramonto. O gli alberi in fiore, talmente belli da sembrare un miracolo divino. Ma Dio qui non c’è. Non ci sono i colori, non c’è la musica, non c’è la primavera.

Ma tornerà, tornerò, io tanto, aspetto.

[voce esterna] “Bewegt euch!